Roberto Premier in otto stagioni di Olimpia Milano ha conquistato due Coppe dei Campioni, cinque Scudetti, una coppa Korac e due Coppe Italia.
In esclusiva per ROM, l’Ariete di Spresiano è dunque il passato vincente che giudica un presente colmo di aspettative.
Era il 1992, è il 2021, l’Olimpia Milano torna alle Final Four di EuroLeague.
«Ettore Messina ha fatto un grandissimo lavoro. I giocatori lo hanno seguito e abbiamo, hanno ottenuto il risultato che si cercava. Un risultato Importante per Olimpia Milano, importante per tutto il movimento italiano, importante perché evento tanto atteso e tanto voluto. Ma visto il mercato, e l’esperienza portata da alcuni giocatori del roster a questo livello, direi che è stato tutto tranne che un caso».
La serie con il Bayern Monaco è stata incredibile, contraddittoria nel suo svolgimento.
«Se proprio vogliamo trovare il pelo nell’uovo, visto l’andamento della serie, era auspicabile chiuderla prima. La quarta sfida di Monaco era da vincere. Certo, il Bayern è stato bravo a sfruttare l’occasione, ma diciamo che è stato più un “regalino” di Milano. L’Olimpia Milano si era messa nelle condizioni di vincere quella gara».
E gara-5 è stato un po’ l’emblema di questa serie, con Milano al comando per 39’, prima di quel folle finale…
«Si è visto un calo mentale che non dovrebbe succedere. Si è vinto, ma in una o due gare secche come a Colonia non verrebbe perdonato. Ma tanto di cappello uguale a questa squadra. Non era facile centrare questo obiettivo, se lo sono guadagnati con un grande stagione regolare. Centrare il quarto posto è stato la condizione per sfruttare un piccolo vantaggio».
Ritrova in un giocatore il simbolo di questo straordinario traguardo?
«Un giocatore? No, tutto il gruppo. EuroLeague pretende questo. Una serie al meglio delle cinque gare pretende questo. Non c’è in giocatore unico, una stella cui affidarsi. Messina lo sa bene, in passato ha vinto con grandi giocatori, ma soprattutto con un grande gruppo. In un contesto di squadra i giocatori comprendono le difficoltà di alcuni e assecondano i momenti di onnipotenza di altri. E’ capitato con Shields ora, Punter prima. Se uno vive di invidie e pensa solo a sè stesso, allora non va bene. Incomincia il casino».
E’ stato il coronamento della lunga presidenza di Giorgio Armani. Finalmente l’Olimpia Milano è al top in Europa, come sognava.
«Buona parte del merito di questo traguardo va a San Giorgio Armani. Se si pensa alla sua perseveranza da un punto di vista economico, bisogna solo inginocchiarsi e baciargli le mani. E’ l’unico che non ha mai mollato in tutti questi anni. Con quanto successo bastava un attimo a stufarsi e farsi da parte per non buttare soldi».
Ora arriva il Barcellona in una semifinale che sarà a lungo attesa, e inevitabilmente mitizzata nella storia del club.
«Il Barcellona è la favorita, la più forte. Hanno Nikola Mirotic, ora anche Pau Gasol, ma le Final Four sono fatte apposta per sovvertire i pronostici. Sono due gare secche. Non vedo un’ultima arrivata. E non parliamo di un’Olimpia Milano senza pressione, perchè se non senti le pressione in una Final Four, se non te la crei in un simile evento, allora meglio che non scendi in campo. Una gara del genere non sai mai se ti si riproporrà in carriera, potrebbe anche essere l’ultima. Non vuoi mai, e dico mai perderla»
A proposito di pressione. Ettore Messina nei giorni scorsi ha dichiarato: “Questo giochino che, tranne tre-quattro gare all’anno, dobbiamo vincerle tutte, mi ha stufato”. In fondo, questa è sempre stata Milano, anche ai tempi dei “secondi di successo” di Dan Peterson.
«La normalità a Milano, e un po’ ovunque. Si deve sempre vincere. Io ho giocato 8 anni a Milano, non ricordo una stagione in cui si sia partiti con il concetto “vediamo dove arriviamo”. E questo valeva per ogni singola partita. Milano ha questo destino, e non c’è niente da fare. Mi rendo conto che a Ettore Messina questo discorso possa non andare bene, ma credo sia stato così ovunque abbia allenato. Nel Cska, in caso di sconfitta, lo avrebbero mandato a fare cubetti di ghiaccio in Siberia. Al Real Madrid, addirittura, se vince di 1 ti accusano di non averlo fatto di 10, perchè con quella squadra sarebbe il minimo. Paese che vai, usanza che trovi».
«Vi faccio un esempio. Metà anni ’80, Mike D’Antoni e Dino Meneghin, in quanto capitani, ad inizio stagione discutevano i premi. Per il primo posto, ok, non c’erano problemi. Poi chiedevano per il secondo. Chiunque ci fosse, Cappellari, Gabetti, Morbelli, il secondo posto non esisteva. Nessun premio per il secondo posto».
In tutto questo, mancano i tifosi. Sarebbe stato possibile vivere, ad esempio, una doppia sfida come quella con l’Aris senza tifosi?
«Assolutamente no, sarebbero state due gare totalmente diverse, magari punto a punto. A Salonicco entrammo e uscimmo dal campo due volte prima della palla a due, dovevamo aspettare che finissero le monetine che avevano in tasca… Nel ritorno, al PalaTrussardi, gli ultras vennero portati dietro il canestro, tutti vicinissimo al campo per creare l’ambiente perfetto. Con o senza tifosi, cambia il mondo».

Le monetine dei tifosi Aris sono un retaggio orribile di quel periodo, per fortuna ormai scomparso.
Al ritorno il contributo dei tifosi TUTTI e non solo degli ultras (posso dirlo perché c’ero) fu tanto importante quanto corretto: a Milano quelle usanze “tribali” erano una rara eccezione