Messina come Djordjevic, la storia di quel fugace esonero a Bologna

Corre l’anno 2002, e a Messina toccò quel è toccato oggi a Djordjevic. Le firme di Gallo, Fuochi e il ricordo del coach di Olimpia Milano

Alessandro Gallo su il Resto del Carlino ricostruisce il precedente, in casa Virtus Bologna, di un esonero durato poche ore. Prima di Sasha Djordjevic, Ettore Messina.

Corre l’anno 2002 e, solo pochi mesi prima, la Virtus di Ginobili e Griffith ha realizzato un incredibile Grande Slam. Ripetersi è difficile, la Virtus di quella stagione forse non è spumeggiante come quella dell’anno prima, ma resta ai vertici tanto in Italia quanto in Europa. 

Così il 9 marzo quella Virtus cade a Pesaro. La sconfitta è pesante, 95-62, ma nulla lascia intuire quello che accadrà due giorni dopo. Già, perché l’11 marzo, è un lunedì, Marco Madrigali patron Virtus, comunica l’esonero di Ettore Messina, campione d’Italia e d’Europa. 

Il giorno dopo, al PalaMalaguti, c’è la sfida di campionato con Trieste. Roberto Brunamonti, il vicepresidente, si è già dimesso, i tifosi invadono il parquet. E quando arriva Madrigali vola qualche sberlone. Il patron è costretto a una fuga precipitosa. 

I tifosi non si spostano, i cori sono tutti per Messina. Tocca a Antoine Rigaudeau, novello Mosè, salire sul tavolo degli ufficiali di campo, prendere il microfono e convincere tutti ad abbandonare il parquet, per disputare la gara. 

Così ricorda Walter Fuochi su Repubblica:

Il palazzo comincia a riempirsi a mezz’ ora dalla palla a due e c’ è una quieta strana, satura d’ attesa, anche se l’ arredo sui gradoni pare quello solito di sempre. Partono i primi cori. «Noi vogliamo Ettore Messina, «La m… di Bologna è Madrigali», «Consolini non li allenare», «Ragazzi non la giocate».

Gira un volantino, effigia Messina avvolto in una nuvola d’ ira biblica, incombente come una pittura barocca sul guscione di Casalecchio. Dida: «Madrigali non hai capito niente. Vergogna». 

Lui, il presidente del Grande Slam (già, ha vinto tutto quello cui tirano le pietre), entra alle otto e un quarto. La curva degli ultras esplode in un boato, qualcuno parte dai gradoni e punta verso il parterre dove si colloca abitualmente il presidente, circondato dal servizio d’ ordine. 

Quel gruppo di persone s’ ingrossa, diventa un pattuglione che giunge pericolosamente vicino a Madrigali. La pressione aumenta, lui si pianta di fronte alla folla con le braccia conserte, ma arrivano i primi sputi, manate, monetine. 

Non si contano gli insulti e, quando le forze dell’ordine capiscono che il cordone già steso tra folla e presidente potrebbe non reggere, se lo portano via.

Non è serata per la poltroncina. Terreo, sorpreso dall’ onda di violenza, Madrigali infila una stanzetta riservata, e di qui lo porteranno verso l’ auto, con moglie, madre, figlia e guardie del corpo.

Gli arbitri aspettano, sfogliando il regolamento al comma buon senso. Antoine Rigaudeau, dopo aver speso molti minuti a parlare coi tifosi, sale sul tavolo dei giudici, microfono in mano. 

Pare Rivera a San Siro, il giorno dello scudetto della stella milanista, 1979, quando fece svuotare l’ ultimo anello dello stadio, pericolante. Antoine mostra il cuore su una mano. «Oggi siamo tutti tristi e io mi sento come un pugile sulle ginocchia. Ma siamo giocatori di pallacanestro e vogliamo giocare a pallacanestro. Vogliamo continuare come l’ abbiamo fatto finora e farlo per Ettore». Applauso. 

«Giocheremo certo male, non abbiamo la testa per fare questa partita. Per favore, lasciateci giocare. Ci vediamo dopo». Rigaudeau scende dal tavolo, ma dovrà risalirci. «Giochiamo per voi, voi siete la storia della Virtus, noi solo giocatori. Giocheremo per voi, per la storia che ancora avete davanti. Per cortesia». 

Il campo, poco a poco, si svuota. Dalle curve la gente urla «fuori» a quelli che stanno dentro, la dimostrazione in fondo è riuscita, qualcuno vorrebbe non guastare tutto. Spuntano altri striscioni. «11 settembre Bin Laden distrugge l’ America, 11 marzo Madrigali distrugge la Virtus». 

«No Messina no party». E parte l’ invito «Tutti a casa», a fine primo quarto, dalla curva che si sgonfia e lascia lì un santino di Messina, formato lenzuolo, francamente inquietante.

Ettore Messina, nel suo «Basket, uomini e altri pianeti», ricorda così quei giorni:

«E io lì mi feci fare fesso dall’illusione che sarebbe stato possibile rimettere assieme i cocci di una situazione che invece assieme non si sarebbe mai ricomposta. Perché troppo era stato detto, e ancora di più era stato pensato dalle due parti in causa».

«Sbagliai a tornare, dovevo capire che era finita, accettare la situazione e pensare al futuro. Ma in quel turbinio di emozioni era difficile, molto difficile». 

E torniamo ad Alessandro Gallo, che chiude così, oggi, questo racconto.

Si gioca in un clima surreale: Messina non c’è. Ma i tifosi sono con lui. L’indomani, poi, retromarcia di Madrigali: Ettore riprende in mano la squadra, i fidi collaboratori, Giordano Consolini che aveva diretto la partita con Trieste in testa, tornano nei ranghi. 

Matrimonio che prosegue fino al termine della stagione. Tre giorni, nel 2002, per cambiare idea. Nel 2020 basta meno di una giornata.

2 thoughts on “Messina come Djordjevic, la storia di quel fugace esonero a Bologna

  1. Il racconto di Alessandro Gallo dimostra che è tradizione bolognese, sponda virtussina, fare queste gigantesche figure di merda…

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Next Post

Messina: Ho imparato tanto dai miei giocatori. Armani? Vede sempre lontano

Una lunga intervista al coach biancorosso, da parte di Luz.it, con tanti temi trattati: dalla pandemia allo sport, dalla carriera all'Olimpia

Subscribe US Now

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Leggi articolo precedente:
Massimo Cancellieri
OraSì Ravenna, preoccupazione per le condizioni di Massimo Cancellieri

Malore prima della gara di domenica per l'ex assistente di Olimpia Milano. Oggi in panchina andrà il vice Savignani

Chiudi