Auguri Principe Rubini, sempre in piedi, sempre dritto nel tuo rigore e nella tua passione

Alessandro Maggi

Nasceva oggi, 97 anni fa, il grande Principe Cesare Rubini. Un simbolo, anzi un padre, per Olimpia Milano e per tutto il basket italiano

Nasceva oggi, 97 anni fa, il grande Cesare Rubini. Un simbolo, anzi un padre, per Olimpia Milano e per tutto il basket italiano. Lo ricordiamo così.

Una storia che necessiterebbe di due libri

Ci sono storie che avrebbero bisogno di pagine, righe interminabili, libri in successione. Ma con un filo sempre ben chiaro, cronologicamente perfetto, perché una è la causa di movimento.

Dall’inizio alla fine. Ci sono invece storie che avrebbero bisogno di due libri, per separare e comprendere, e rendersi conto che un uomo può anche lasciare due solchi, ben distinti, dietro di sè.

Ecco, per Cesare Rubini ci vorrebbero due libri. Perchè quella di Cesare Rubini è una storia duplice. Unica. Ineguagliabile. Perchè Cesare Rubini è uno dei pochi, nella storia dello sport, ad essere entrato nelle Hall of Fame di due discipline differenti, il basket e la pallanuoto. Questa è la storia del principe del basket italiano.

Modena, 1941. Adolfo Bogoncelli è un ragazzo ricco di risorse. Ha lasciato Treviso per Milano a metà degli anni ’30, ma in Emilia-Romagna tenta prima la strada di Medicina, per poi virare su Economia.

Fa la spola con il capoluogo lombardo, dove si è innamorato della pallacanestro assistendo alle gare dell’amata Ginnastica Triestina contro la corazzata Dopolavoro Borletti. A Modena, il GUF, Gruppi Universitari Fascisti, lo contatta, vuole che gestisca il basket in città.

La mossa è semplice, per uno come Bogoncelli: contatta ragazzi di Trieste, che è un po’ la capitale nazionale della pallacanestro, e li porta a Modena in cambio di alloggio e tasse universitarie pagate. Tra questi ragazzotti ce n’è uno, appena diplomato, che al Liceo Oberdan aveva già impressionato in molteplici discipline: Cesare Rubini.

E’ il primo incontro tra due delle figure che influenzeranno maggiormente il nostro movimento.

La lista dei trofei

Per capire quel che rappresenta Cesare Rubini, basta consultare i trofei. Da pallanotista, difensore duro e roccioso, conquista sei scudetti (uno a Milano, con la Canottieri Olona), un oro e un bronzo olimpico, un oro e un bronzo europeo.

Nel basket inizia a vincere leggermente dopo, ma non si ferma più: 15 scudetti, 6 da giocatore e 9 da allenatore, la prima Coppa dei Campioni del nostro basket, 2 coppe delle Coppe e la chiusura da dirigente della Nazionale, con cui arriva all’argento olimpico e all’oro europeo di Nantes, senza dimenticare sempre a livello continentale anche un argento e un bronzo. Ineguagliabile.

Ma torniamo a quel 1941. Il primo contatto con Adolfo Bogoncelli non sarà fortunato. La Guerra travolge, e allo stesso dirigente trevigiano il 4 aprile del 1944 verrà diagnosticata la poliomielite. Una dannazione che sarà sfida per Bogoncelli, non a caso chiamato dal Partito d’Azione, nel 1946, a rilanciare il basket a Milano.

Il primo contatto è di nuovo con Cesare Rubini, al momento impegnato con cuffia e costumi. L’offerta sono cinquemila lire al mese e due pasti al giorno. Si possono fare entrambe le cose, e il matrimonio può avere inizio. Nel 1949 arriva il primo titolo: Rubini è il capitano, al suo fianco giocatori come Sergio Stefanini, Peppone Sforza, Giovanni Milani, Alessandro Acerbi, Ricky Pagani e Romeo Romanutti.

Il «principe» difende duro e guida la squadra in campo, è simbolo di cinque scudetti in fila, intervallati dai due della Virtus Bologna. Rubini capisce di essere agli sgoccioli e si prende l’ultimo tricolore da giocatore, prima di dominare i successivi tre solo da coach. 

L’uomo e lo sviluppo del gioco

Sono quelli anni di poderoso sviluppo per il gioco. Le Olimpiadi di Roma sono state l’impulso, Elliot Van Zandt e Jim McGregor le figure di riferimento che creeranno nuovi personaggi fondamentali per la diffusione del gioco, e della sua dottrina in tutto il continente. Sergio Rubini ne sarà alfiere, unitamente allo spagnolo Pedro Ferrandiz e al francese Robert Busnel.

Il «principe» è conquistato dal concetto di contropiede, il suo primo avversario in Italia è Vittorio Tracuzzi, siciliano trapiantato nella vicina Varese. Sono due caratteri e modi di essere cestistici ben diversi. Tracuzzi è teorico, studioso del gioco, genio a volte travolto dalle stesse contraddizioni della sua lavagna.

Rubini è carismatico, pragmatico, conoscitore di uomini, che crede solo nella ragione del più forte. Pochi svolazzi, tanta concretezza. Sandro Gamba, prima suo riferimento in campo, poi assistente dal 1965, lo descrive così nel suo libro “Il mio basket”: «Lui era un motivatore infernale, ti metteva il carbone ardente nel culo, prima di una partita. Ma non era certo un grande tattico, per sua stessa ammissione, mentre io mi interessavo già di strategia, schemi e tecniche di allenamento».

Gamba arriva a paragonarlo a Red Auerbach, riferimento mondiale dalla nascita del gioco, 9 titoli Nba da coach, 6 da GM, uno da presidente, sempre con i Boston Celtics: «Red Auerbach mi conquistò immediatamente. Il suo atteggiamento e l’ascendente che aveva sui giocatori mi ricordavano il modo di fare di Cesare Rubini. Entrambi parlavano poco di tecnica e preferivano fare alla squadra discorsi che toccavano la sfera umana e motivazionale, pretendendo sempre massimo impegno e grande intensità».

C’era poi, appunto, il rapporto con Bogoncelli. Il presidente dell’Olimpia Milano stipulava il contratto di sponsorizzazione con la Simmenthal nel 1956, per poi tesserare nello stesso anno il primo straniero del nostro campionato, il greco Mimis Stefanidis. Rubini sa guidarlo ed esserne guidato. Nel 1954 lo convince ad acquistare un pivot occhialuto della Triestina, rendendolo il miglior play dell’epoca: Gianfranco Pieri. Nel 1965, con Sandro Gamba fresco assistente, il capolavoro. 

Bill Bradley, classe 1943 di Crystal City, Missouri, aveva lasciato il Liceo con 75 offerte di borsa di studio tra le mani. Ma quel ragazzo aveva una missione, da quando era nato: diventare Presidente degli Stati Uniti. Scelse Princeton, che borse di studio per lo sport non ne offriva, e dopo la Laurea, pur con in mano una seconda scelta assoluta dei New York Knicks, disse no all’Nba: «Vado due anni a Oxford, a rifinire i miei studi». In quei giorni, il telefono di Cesare Rubini suonò.

Era Jim McGregor, l’uomo che lo aveva fatto innamorare del contropiede. Gli raccontò la storia di Bill Bradley, un giocatore che pochi mesi prima era stato il migliore in assoluto della stagione regolare di Ncaa, bissando il premio anche alle Final Four, senza dimenticare l’oro olimpico del 1964 a Tokyo. Rubini e Gamba partono immediatamente alla volta di Budapest su una Fiat 124, dove sono in corso le Universiadi, e l’offerta a Bradley è semplice: «Il martedì viaggio per Milano, mercoledì allenamento, giovedì partita e rientro a Oxford».

I tre insegnamenti del principe

Il tutto per la Coppa dei Campioni del 1966, che l’Olimpia conquisterà il primo aprile battendo in finale a Bologna lo Slavia Praga di Zidek e Zednicek. Un matrimonio rapido e vincente, con Bradley che rinuncerà al basket nel secondo anno di Oxford per poi conquistare due titoli Nba con i Knicks negli anni ’70. Abbastanza, per ricordare i tre insegnamenti fondamentali del «principe»: «1) Essere consapevole di ogni cosa attorno senza essere emotivamente influenzato dal momento o distratto da quanto accade. 2) Che non è finita fino a quando non è davvero finita e la necessità di avere una vista a lungo termine. Un esempio classico è la Coppa Europa in cui il risultato finale dipendeva dalla somma di due partite, non solo una. 3) Che puoi essere un buon competitore, un guerriero come direste voi, e al tempo stesso una buona persona”».

La storia è scritta, le pagine ancora molteplici. Nel 1970 arriva Arthur Kenney, per tutti il «Rosso». Il ricordo di Sandro Gamba: «L’anno prima, in una tourneè, giocammo contro di loro. La partita sfociò in una rissa e Rubini venne quasi alle mani con Kenney: riuscimmo a separarli a fatica. Al primo piaceva fare a pugni, l’altro era sempre pronto a scattare come un cobra incazzoso: era normale che si trovassero a meraviglia». Strane vicende per un tesseramento, ma d’altronde per quasi tutti gli anni ’80 il mercato degli stranieri passava per via Caltanissetta, periferia sud-est di Milano, sede dell’Olimpia e dell’ufficio di Cesare Rubini. Con il supporto di Jim McGregor, ancora lui, il «principe» sceglieva i migliori, e indirizzava gli scarti nelle altre squadre della massima serie. Si poteva anche sbagliare, ovvio, ma era sinonimo di legame con il movimento, oltre che con la propria squadra. Nel 1970 Doug Moe guidò Padova sino ad un passo dallo scudetto, Bob Lienhard legò la sua stessa esistenza a Cantù. Senza dimenticare un certo Bob Morse.

Con gli anni ’70 arriva il dominio Varese, peraltro con Sandro Gamba alla guida dal 1973, e per Cesare Rubini si chiude nel 1975 l’avventura con il biancorosso. Si aprono le porte della Nazionale, in un momento poco propizio. Dal 1968 il coach è Giancarlo Primo, successore del leggendario Nello Paratore. Un coach capace il romano, bronzo agli Europei di Germania Ovest del 1971 e Jugoslavia del 1975, quarto alle olimpiadi di Monaco del 1972. A Manila gli azzurri si arrendono al Brasile dell’esordiente Oscar Schmidt, traditi da una conclusione da centrocampo sulla sirena di Marcel De Souza.

Il bronzo è negato, Cesare Rubini, attivo nel Consiglio Federale, mette in discussione la posizione di Giancarlo Primo, che mantiene la sella per l’Eurobasket del 1979 in casa, a Torino. Il ko con la Cecoslovacchia è il presagio, pessimo, la pur onorevole sconfitta con l’Urss nel girone finale la condanna ad un grigio quinto posto che scatena la rivoluzione. Cesare Rubini ottiene la guida del settore tecnico azzurro, Sandro Gamba è, manco a dirlo, la scelta per la panchina. Nasce un nuovo, grande ciclo, ricordato per i trofei, ma anche per la rissa con la Jugoslavia in cui anche Cesare Rubini sarà coraggiosamente coinvolto, a conferma di quel carattere fumantino già ben chiaro ad Art Kenney. L’avventura azzurra si concluderà solo nel 1999 con l’uscita dal Consiglio Federale unitamente ad un’altra figura leggendaria, l’avvocato Gianluigi Porelli. Farà in tempo a salire sul podio di Bercy il 3 luglio, al fianco dell’Italia di Bogdan Tanjevic campione d’Europa nella finale con la Spagna. 

Sempre in piedi, sempre dritto nel suo rigore e nella sua passione, il «principe». L’uomo che Sandro Gamba chiamava Rino, e che la cravatta se la tolse solo una volta, nel 1994, nel corso della cerimonia della Hall of Fame anche a lui dedicata a Springfield. Il fidato collaboratore gli presentò John Wooden, 10 titoli Ncaa con Ucla. E tra leggende, l’omaggio è atto dovuto.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments
Next Post

Valencia e la figuraccia col Real: Si è toccato un livello vergognoso

Momento delicato in casa Valencia dopo il ko di ieri in ACB con il Real Madrid. I quotidiani: Vergogonoso, è mancato anche l'orgoglio
Valencia

Subscribe US Now

0
Would love your thoughts, please comment.x
()
x
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: