Simone Pianigiani racconta i suoi primi passi. Il coach di AX Armani Exchange è stato ospite delle frequenze del sito di EuroLeague.

Come ogni bambino in Italia, forse in Europa, ho giocato sia a basket che a calcio quando ero piccolo. Ma la palestra della Mens Sana Siena era davvero molto vicina a casa, così è stato automatico passare la maggior parte del mio tempo lì. Facevo due allenamenti, e nel mezzo rimanevo lì e studiavo. La palestra diventò la mia casa. Da lì ad assistere alle gare del fine settimana il passo fu breve. Le squadre giovanili giocavano per tutto il giorno il sabato, e la domenica vedevo la prima squadra della mia città.

I miei genitori mi chiedevano solo un buon profitto a scuola. Io ero un bravo studente, e poter giocare dopo le lezioni era perfetto. Mio padre era poi appassionato.

Diventare coach, per me, è stato naturale. Al Liceo giocavo, ma gironzolavo sempre per la palestra, e gli altri coach iniziarono a chiedermi di dar loro una mano nelle squadre di mini-basket, assistendoli con i bambini. Quello è stato il mio inizio, da volontario, poi arrivarono le prime retribuzioni. Ero felicissimo.

Finite le superiori, andai all’Unversità. E arrivò il momento della scelta. Avevo offerte dalle minors per giocare, ma capii che il mondo del basket non avrebbe sofferto nel perdermi come giocatore. E presi la mia decisione. Volevo allenare, avere una squadra mia, e da quel momento fu tutta la mia vita. Quattro anni dopo mi arrivò la prima offerta full-time.

Sono stato fortunato ad iniziare presto. Quando tutti capirono che io amavo passare il mio tempo in palestra, arrivarono le prime offerte di responsabilità. Era un sogno. Fu un lungo processo, ma lo affrontai con grandi motivazioni, avvicinandomi sempre di più alle squadre maggiori lavorando con i giovani. Arrivato in prima squadra ero inizialmente il quarto assistente, poi il terzo. Passo dopo passo.

Sono rimasto nello stesso club per molti anni, ma al tempo stesso la società cambiava, diventando sempre più organizzata e grande. Prima ci si chiedeva se Siena potesse stare in Serie A. Poi se potesse conquistarsi i playoff. Quindi se potesse entrare in Europa.

Per molti anni sono stato assistente in prima squadra mantenendo la responsabilità del settore giovanile. Alle Final Four di Tel Aviv, per esempio, ero assistente del capo allenatore e giocai anche la finale giovanile. Avevo due lavori insomma. Fu un’esperienza incredibile.

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