La settimana più dura, le gerarchie acquisite e il tema scottante: è tutta colpa degli italiani?

L’Olimpia Milano trova, a Capo d’Orlando, il quinto successo su cinque gare in Italia. Un 62-68 che rappresenta, in quanto a punti segnati, un “punto basso” che mancava dalla sconfitta nella seconda giornata di ritorno ad Avellino dello scorso campionato. Nei primi tre turni, dopo i 71 proprio con Capo d’Orlando, la gestione Repesa ne ottenne 87 con Avellino e 79 con Varese, aumentando poi nettamente il ritmo con i 97 di Brescia, i 100 con Caserta e i 100 di Torino.

Dunque presto per fare paragoni meramente statistici, e meglio analizzare almeno tre situazioni del momento:

Lo stato della LBA e una settimana particolare. Tra mercoledì e sabato la squadra di Simone Pianigiani ha sostenuto la trasferta più lunga della sua EuroLeague, Mosca, come della LBA, Capo d’Orlando. Salendo sul volo dalla Russia di sabato alle 2.30 del mattino, i biancorossi si sono ritrovati ad un allenamento a Barcellona Pozzo di Gotto nel tardo pomeriggio, con un’escursione termica di 20°. Non sono alibi per una prestazione che in Sicilia può non essere stata del tutto convincente, ma realtà di cui sarebbe ipocrita non tener conto. Il tutto in un contesto italiano che ha alzato il suo livello, se non altro per l’elevato numero di club impegnati in competizioni europee, con conseguente allungamento dei roster (e questo vale anche per Capo d’Orlando ad esempio). Ma non solo. Pur salutando alcuni elementi chiave, squadre come Venezia, Avellino, Sassari e Trento hanno consolidato i nuclei della passata stagione: il fallimento, rumoroso, della gestione Repesa ha ingiustamente celato i meriti degli avversari, sempre vivi ed intenti ad affilare le proprie armi;

La soluzione Capo d’Orlando. Come con Varese, anche in Sicilia è emersa nel momento chiave la grande differenza rispetto alla stagione passata: la chiarezza di gerarchie. Palla in mano a Jordan Theodore, senza se e senza ma, anche nonostante le 3 palle perse e la poca fiducia garantita ai rollanti nei momenti di raddoppio degli avversari. Da qui la giocata sul doppio blocco di Gudaitis. Urge sottolineare come gli uomini di Gennaro Di Carlo abbiano mancato il successo per due errori di Mario Delas (un facile layup e 0/2 dalla lunetta), ma che Milano abbia fallito la fuga sostanzialmente per l’1/9 dall’arco di Andrew Goudelock (poi abile nel piazzare un jumper cruciale), un evidente dato “dopante” del 7/23 complessivo di squadra;

La questione italiani. Nello sport non ci deve mai essere spazio per gli alibi, ma le scelte tecniche possono influire sul rendimento individuale. Con l’obbligo di cinque italiani in LBA (e si vorrebbe anche aumentarlo…) il peso di questa componente risulta rilevante, ma in casa biancorossa Fontecchio, Cinciarini, Cusin e Abass producono 3 punti (Pascolo ne) in 45’ complessivi, dopo i 5 in 30’ contro Varese. La difficoltà è chiara, le responsabilità individuali evidenti, ma bisogna anche rilevare come questi non siano nomi di secondo piano nella storia recente del nostro campionato. E allora, se citando Pianigiani: «qui a Capo d’Orlando poteva starci una sconfitta» perchè «In Italia conta farsi trovare pronti per Coppa Italia e playoff», viene da chiedersi se fosse il caso, nel pieno del “tour de force” Russia-Sicilia, imporre 32’ a M’Baye, 30’ a Theodore e 29’ a Goudelock. Se questi italiani non sono adeguati lo dirà il tempo, e la possibilità di sbagliare senza riguadagnare immediatamente la panchina.

Alessandro Luigi Maggi

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3 pensieri su “La settimana più dura, le gerarchie acquisite e il tema scottante: è tutta colpa degli italiani?

  1. Concordo sulla questione “italiani”: se non hanno spazio e possibilita’ di “sbagliare” serenamente non saranno mai pronti per i momenti importanti, anche se hanno un ruolo da comprimari rispetto ai big usa.
    Ciao

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  2. Fontecchio entra in campo per Micov: pretendere che possa replicarne l’esperienza, la leadership, l’intelligenza è obiettivamente impossibile. Ma sarebbe bello vederlo provarci. Dopotutto ci gioca ogni giorno in allenamento e lo guarda in ogni partita: lo guarda, appunto, ma non lo vede. Non sembra aver imparato niente, come se non lo conoscesse. Aspetta il suo tiretto da tre – e neanche per questo si fa più trovare pronto – e basta. Quando prende la palla in cima alla rotazione del quintetto in campo, posizione dalla quale Micov inventa, riflette, impartisce i tempi alla squadra, non prova nemmeno lontanamente ad avvicinarsi a quello che dovrebbe essere il suo modello. Passa subito la palla a sinistra. Aldilà del giusto tema dello “sbagliare serenamente”, concesso per esempio a Bertans, che almeno ci prova, cosa se ne fa Pianigiani di uno che a giocare a basket non ci prova nemmeno? E per Abass vale lo stesso discorso. Cinciarini troverà la sua dimensione, come ha fatto con Repesa quando attaccherà l’area. Cusin sta diventando irritante nella sua assoluta non voglia di chiudere il p&r al ferro – a confronto con un play che già di suo non ha molta visione del centro libero in area. Ma se Theodore gli dà la palla e Cusin non tira, di voglia al play ne viene sempre meno… A meno non sembra che sbaglino, gli italiani, mi sembra proprio che non provino nemmeno ad andare oltre la semplice esecuzione cieca dei giochi richiesti. E questo a un allenatore credo che interessi poco, giustamente.

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