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La crisi è ufficialmente aperta. Rispettare l’Italia per comprendere un disagio: ora, davvero, non ci sono più alibi. E può essere anche un bene

23 maggio 2016: «Dopo ogni errore, io dovrei chiamare timeout per calmare». 11 dicembre 2016: «Devo spendere tanti timeout, ma ne servirebbero dieci in ogni partita». Chi parla è Jasmin Repesa, il teatro è sempre Venezia. Erano i playoff, è il campionato nella giornata del primo ko stagionale. 88-84 e, lo dice Jasmin Repesa, non realolimpiamilano.com: «Siamo chiaramente in crisi, prima di tutto mentale». Sì, in casa Olimpia Milano la «crisi» è ufficialmente aperta.

Ci sarà tempo per comprendere motivazioni intime, decisioni e provvedimenti. Parliamo dunque di Venezia, e di quel che lascia Venezia.

Mancanza di un’idea di insieme. Che in primo luogo si chiama difesa. 34 punti concessi nel primo quarto, 23 nel terzo. Venezia ne segna 31 nei restanti 31’. C’è l’alibi dell’assenza di Milan Macvan e il mezzo servizio di Jamel McLean, ma conta sino ad un certo punto. Il reparto esterni, a parte qualche piccola eccezione, non cambia con convinzione sui blocchi, e concede quasi il 50% di tiri non contestati all’avversario nel momento più basso (-21). Poche squadre, d’altronde, tirano ad altissime percentuali dall’arco per proprio merito, e il 13/31 finale di Venezia conferma come, alzando la pressione, la squadra di De Raffaele venisse meno;

Mancanza di un’idea di insieme (2). L’Olimpia rientra in almeno due casi, nel primo e nel quarto quarto, giocando da squadra. Nel finale, toccato anche il -4, produce almeno tre conclusioni in isolamento, senza costruzione alcuna di gioco. Il singolo, ancora una volta, non crede nell’insieme;

Mancanza di dialogo, o di rispetto del dialogo. Due ritorni in campo dagli spogliatoi, due passivi di 15 punti in meno di 3’. Non c’è rispetto del piano partita, non c’è approccio all’avversario. C’è solo adeguamento successivo.

Tuttavia, toccare il fondo aiuta. Si può sempre scavare, ma si può risalire. In Europa esistono molteplici alibi: il budget degli avversari, l’equilibrio dei confronti, l’inesperienza di alcuni al palcoscenico massimo. In Italia no. Milano aveva bisogno di rispettare l’Italia, e capire che in Italia nulla è scontato. Di accettare che in Italia, con il minimo, non si ottiene il massimo. C’era bisogno di una crisi, inequivocabile, totale, condivisa. E che non ha più in Alessandro Gentile il capro espiatorio. Reale o meno che fosse.

Alessandro Luigi Maggi

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