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Da Alessandro Gentile ad Andrea Cinciarini, storia di un avvicendamento inevitabile

Andrea Cinciarini è il 25esimo capitano dell’Olimpia Milano. Dal 1936, succede a Enrico Castelli, Sergio Paganella, Cesare Rubini, Riccardo Pagani, Sandro Gamba, Gianfranco Pieri, Sandro Riminucci, Massimo Masini, Giuseppe Brumatti, Paolo Bianchi, Vittorio Ferracini, Mike D’Antoni, Riccardo Pittis, Antonello Riva, Ferdinando Gentile, Flavio Portaluppi, Hugo Sconocchini, Claudio Coldebella, Dante Calabria, Massimo Bulleri, Marco Mordente, Mason Rocca, Omar Cook e Alessandro Gentile. 

Nomi (fonte Scarpette Rosse di Werther Pedrazzi), elencati non per un volere di confronto, ma per dare la dimensione di un peso. Un peso assolutamente sopportabile per Andrea Cinciarini, uomo venuto dal basso, abituato a tirar fuori le unghie, a scalare, combattere, restare e crescere. Nella Milano che del basket ama lo spirito operaio Cinciarini ha tutto, ovvero l’anima. 

Soprattutto, padre e classe 1986, Andrea Cinciarini è uomo formato. Capace di leggere le situazioni, interpretare le possibili reazioni alle pressioni, non cadere nell’errore. Un’immagine, tra mille: lui alla guida della sua Mini nella notte dello scudetto, infine trascinato a terra dai tifosi, coinvolto, appassionato. Sino a quel coro contro Reggio Emilia. Cinciarini si inginocchia e abbassa il capo. Per rispetto verso chi c’era prima e chi c’è oggi. Inequivocabile.

Nel 2013 Alessandro Gentile, classe 1992, non poteva essere uomo formato. A neanche 21 anni, e sino al giorno d’oggi, un giovane campione si è scontrato con le inevitabili incertezze dell’uomo in divenire, incapace di dare una dimensione reale al dissenso. Una tendenza ad ingigantire la realtà avversa che si è poi sommata ai fatti. Ovvero un 2015-2016 differente dalle attese, dove il fisico non gli ha permesso di essere leader di un corpo, ovvero la squadra, che è cresciuto secondo altre massime. Lì «il capitano» ha commesso l’errore più grosso: anteporre l’io al noi in una dichiarazione poi soffocata dall’ondata di un amore inatteso, nella notte del Lido. 

L’Olimpia Milano, il Gruppo Armani, non poteva prendere altra decisione. Anche se il capitano è stato tale nella disperazione della sconfitta, nella presa di responsabilità nel momento negativo, nel corpo anteposto nel momento dell’aggressione temuta o effettiva, nell’alzata dei trofei.

Tornare ad essere «noi» e non «io» in uno scarico di reponsabilità imposto che avrebbe il potenziale vantaggio di una ripartenza. Ovvero lavorare sull’ «io» del giocatore che vuole essere dato di fatto, e non più solo prospettiva. D’altronde, citando una fonte, «I capi giocatori rimangono sempre capi, il titolo non conta». E così sia.

Alessandro Luigi Maggi

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