Del «noi» che va oltre la paura e del momento di Batista

di Alessandro Luigi Maggi

L’Olimpia Milano che arriva al primo match-point delle sue semifinali è una squadra terrorizzata da sè stessa, ma con l’utile arma della compattezza. Perchè i due successi in fila con Venezia dopo il crollo di gara-3 non portano in dote gioco o percentuali, ma un «no» secco a quelli che erano i giustificati dubbi di scollamento interno.

La squadra c’è, o quanto meno ha messo da parte le eventuali ruggini per un bene comune. E in tutto questo, non è un caso la prestazione di Bruno Cerella. Rimbrottato da Jasmin Repesa per i distratti rientri difensivi dopo i colpi dall’arco, l’argentino non si è in realtà perso in una autocelebrazione personale, bensì in una chiamata alle armi di ambiente e compagni. In un Forum di rosso vestito, e in questo certo si può anche sottolineare il sostegno ultras alla scelta societaria, ogni componente ha preso la medesima direzione.

Rimane il concetto di una squadra terrorizzata, da qui le percentuali mediocri anche con tiri aperti, e l’incapacità di coinvolgere Esteban Batista oltre la zona avversaria. Da qui la necessità di una riflessione sul ruolo del pivot uruguaiano, criticato da subito da Jasmin Repesa per la sua pigrizia nel condividere il suo potenziale anche con i compagni, ovvero appoggiano scarichi sugli esterni. Limiti che la difesa di De Raffaele ha indubbiamente palesato.

Ma rimane il senso ultimo della serie. Venezia è un avversario che sa di aver rispettato, e azzeccato, il piano partita. Ma che è sotto, perdendo due partite in fila, e con le spalle al muro. E, come in amore, la cosa peggiore è ritrovarsi soli senza avere nessuna colpa. Senza spiegazioni, non c’è soluzione.

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