
Quinn Ellis ha rilasciato un’intervista nei giorni scorsi a Vanity Fair. L’ex play di Olimpia Milano si racconta dagli USA nel pieno del via della sua avventura con St.John’s.
Sui ricordi in Italia
«Della Sicilia ricordo il cibo, appunto, e il caldo: sono arrivato a 16 anni, ero un ragazzino che doveva imparare l’italiano e non sapeva bene cosa succedesse attorno a lui. L’esperienza a Monferrato la riassumo in tre parole: leadership, perché per la prima volta dovevo essere un giocatore importante, tranquillità e krumiri! Poi c’è Trento, che per me è un posto speciale perché ho conosciuto persone meravigliose: la mia cartolina è dalla Terrazza panoramica di Sardagna, da lì si vede tutta la città e intorno le montagne. Infine Milano, luci e moda, tanti posti straordinari, cose da fare: eppure il mio luogo preferito era un piccolo parco vicino casa mia, in zona City Life, dove svuotavo la mente e ritrovavo l’equilibrio».
Sulle pressioni in NCAA
«In realtà questa situazione mi dà ancora più motivazioni. A St. John’s voglio essere un leader sul parquet, un giocatore importante nel campionato NCAA. So che ho le carte in regola per farlo: devo credere in me stesso, proprio come mi diceva mia mamma. Il resto verrà da sé, il sogno è ovviamente approdare in NBA».
Sulla sua giornata
«La mattina alle 8 abbiamo la sessione di pesi, poi alle 9 scendiamo sul campo. Alle 11 ho il trattamento, perché dopo una stagione lunga come quella che ho avuto con Milano mi stanno facendo una sorta di reset fisico. A mezzogiorno c’è il pranzo e nel pomeriggio abbiamo lezione. Adesso, che è estate, nel campus ci siamo quasi soltanto noi: dobbiamo accumulare crediti perché poi durante l’anno, tra allenamenti e partite, saremo molto impegnati. Di sicuro, però, 2 o 3 classi dovremo sempre seguirle. Abbiamo degli advisor che ci aiutano a tenere tutto in ordine: il basket per loro è importante, ma tengono moltissimo anche al percorso scolastico».
Sul canestro che gli ha cambiato la vita
«La tripla del +17, nell’ultimo quarto della finale di Coppa Italia dello scorso anno (dove è stato premiato come MVP, ndr): io ero a Trento, giocavamo contro Milano. Un canestro che di fatto ha chiuso la partita, da quel momento ho pensato che potevo arrivare veramente in alto».
Sulla sua scelta migliore in carriera
«Prendere al volo l’opportunità di venire a giocare in Italia. Non è semplice a 16 anni fare i bagagli, lasciare la tua città e, invece di andare a Londra come da programmi, trasferiti da solo a Capo d’Orlando. Ricordo di quando arrivai alla foresteria, c’erano tanti miei coetanei e l’atmosfera era just enjoying life and seeing what’s going to happen. È stata un’esperienza fantastica: simbolicamente è questo il canestro che mi ha cambiato la vita».
