
C’è qualcosa di profondamente freddo nell’addio tra Olimpia Milano ed Ettore Messina. Freddo nei modi, nei tempi, nelle parole. Freddo soprattutto se confrontato con la temperatura emotiva di un matrimonio lungo, vincente, destinato comunque a restare dentro la storia del club.
Non è questione di giudicare chi abbia ragione. Quel percorso lo hanno vissuto loro, dall’interno, con responsabilità, tensioni, aspettative e pesi che dall’esterno si possono solo intuire. Ma l’impressione è netta: qualcosa si era rotto. Non tanto, o non solo, tra Messina e l’Olimpia Milano in senso assoluto. Quanto tra Messina e l’Olimpia Milano di oggi.
Lo dice, in fondo, anche lui nella bella intervista concessa a Beppe Nigro sulla Gazzetta dello Sport: «Con la sua scomparsa ho cominciato ad avvertire a livello personale che il mio compito si era esaurito e gli eventi dei mesi successivi hanno confermato la convinzione. Da qui la decisione di lasciarsi con un abbraccio e buona fortuna reciproca». La scomparsa è quella di Giorgio Armani. E il senso è chiaro: venuta meno la grande stampella, è venuto meno anche l’appoggio.
Sembra lontanissimo il 2023, quando Olimpia Milano annunciava il rinnovo di Ettore Messina sino al 2026 in un momento tutt’altro che semplice sul piano dei risultati. Quella scelta aveva un peso preciso: Giorgio Armani confermava il suo uomo, ne difendeva il progetto, ne blindava il ruolo. Era un’investitura forte, personale, quasi definitiva. Che Ettore Messina sottolineò in una conferenza stampa successiva.
Poi il quadro è cambiato. Le dimissioni da allenatore hanno aperto una fase nuova, progressivamente sempre più sfumata. Il “president of basketball operations” è diventato, nella percezione pubblica e poi nei fatti, una figura sempre più rappresentativa. Già all’indomani dell’uscita dalla panchina, sulla Gazzetta dello Sport, il ruolo veniva indicato come quello di semplice “consulente del presidente Leo Dell’Orco”. All’inizio non era così. Ma il percorso successivo ha portato lì.
E qui una critica all’Olimpia Milano è inevitabile. L’addio a Ettore Messina, sul piano comunicativo, è stato poca cosa. Pochissimo, se rapportato a ciò che Messina ha rappresentato per il club: scudetti, Final Four, centralità europea ritrovata (poi anche persa, è vero), una struttura tecnica e societaria profondamente segnata dal suo passaggio. Persino la Virtus Bologna, salutando Alessandro Pajola in un clima non certo idilliaco, ha saputo costruire un congedo più caldo, più riconoscibile, più aderente alla memoria.
Ma una critica va fatta anche a Ettore Messina. Non convince, e non ha mai convinto, il costante richiamo al peso delle pressioni esterne, dell’ambiente social, delle critiche violente o eccessive. Quelle critiche ci sono state, certo. Spesso ingiuste, spesso ignobili, spesso provenienti da chi non tifa Olimpia Milano, ma soltanto le proprie convinzioni. Però non possono diventare la chiave di lettura di un ciclo così grande.
Messina dice ancora alla Gazzetta: «Tornassi indietro, dopo il secondo scudetto, avrei fatto meglio a lasciare la posizione dirigenziale a qualcun altro. Anche per mettere fine a tutte le polemiche che frequentemente si aprivano». È una frase importante, forse la più significativa. Perché quelle polemiche esistevano, ma spesso vivevano di articoli saltuari, superficiali, ripetitivi, poveri di contenuti reali. Roba che, diciamocelo chiaramente, non legge nessuno.
Se un allenatore dell’esperienza, della forza e della storia di Ettore Messina si è lasciato instillare dubbi da quel rumore, allora forse il primo ad avere dubbi sul doppio ruolo era proprio lui. Non il pubblico. Non i social. Non l’ambiente. Lui.
Resta così una storia d’amore potente e incompleta. Un matrimonio caldo, vincente, indelebile. Ma un addio freddo, quasi vuoto, che non celebra davvero neanche i suoi ricordi. E forse è proprio questo il dettaglio più amaro: non la fine, che prima o poi arriva per tutti. Ma il modo in cui una grande storia ha scelto di non raccontarsi fino in fondo.

I dettagli forse li potremo conoscere solo se Messina sceglierà di parlarne in un libro di memorie.
Si perché Messina è sempre stato trasparente. E poi alla tua veneranda età dovresti sapere che nel caso bisognerebbe sentire le 2 campane. Ah vero da pecorone che sei dai per scontato che la voce della verità è quella del tuo pastore.
Non si capisce per quale ragione un fam malato di Messina come te debba per forza scrivere in un sito per tifosi Olimpia Milano. Dopo tanti anni ancora non l’ho capito.
Ovviamente volevo scrivere *fan
Una verità l’ha detta Ettore, ha sempre goduto della protezione di Armani a prescindere dai risultati.
Senza questa protezione, una qualunque società sportiva lo avrebbe cacciato a novembre 2023 dopo i distastri in E.L.
Lui ha approfittato della benevolenza di Armani continuando a fare disastri in E.L. fino alla stagione 24/25 dove non ne ha azzeccata una neanche in LBA.
Venuto a mancare Armani ha capito che la sua protezione totale era finita e ha rassegnato le dimissioni , solo da coach, per garantirsi almeno lo stipendio da pobo, nel frattempo si è guardato intorno e con molta probabilità ha sottoscritto accordi per andare altrove (Roma…) Ora Maggi sostiene che l’addio è stato freddo.
Maggi chi semina vento……raccoglie tempesta…….
L’appassionato di basket era il patron Giorgio Armani. Scomparso lui, gli eredi tengono all’Olimpia quanto i figli di Berlusconi tenevano al Milan (gli dicevano di vendere un giorno si e l’altro pure).
Da quello che si può vedere dall’esterno, nel rapporto tra l’Olimpia e Messina ci sono stati due errori fondamentali commessi dalla proprietà.
1) il doppio ruolo: A- Messina non aveva mai ricoperto in carriera il ruolo di manager e infatti ha gestito il budget in modo insensato, sprecando milioni con rifondazioni annue per roster troppo ampi. B) con la sua posizione di Pobo il ruolo di coach era inattaccabile e infatti il coach è durato 6 anni e mezzo.
2) il rinnovo del 2023. Allora la società avrebbe dovuto legare il rinnovo alla scelta tra uno solo dei due ruoli oppure congedare Ettore. Ma Armani ha voluto insistere nel delegare in toto il basket Olimpia all’uomo Messina di cui si fidava.
E Messina, che stava sbagliando sia come manager che come coach e lo sapeva benissimo, lì avrebbe dovuto avere la decenza di fare un passo indietro ma, quando l’ego è grosso e i soldi in ballo sono tanti, meglio continuare nella vergogna.
Bene o male quello tra l’Olimpia e Messina è stato un matrimonio, e si sa che al momento della separazione spesso nei matrimoni volano gli stracci.
“Ma una critica va fatta anche a Ettore Messina. ”
No Maggi no.
Come ti permetti di criticare Ettore.
Non lo hai fatto per 7 anni, perchè farlo adesso ? E’ ingeneroso.
Ah, la critica è : “il costante richiamo al peso delle pressioni esterne, ”
Giusto, nnch’io pensando a questi 7 anni, la prima cosa che mi viene in mente è proprio questa.
Bravo Ale, sempre sul pezzo.
Banchi ha vinto a Milano uno scudetto significativo, e sfiorato le F4.
Poi gli hanno tolto Langford, e sconquassato Gentile: a quei tempi la squadra in campo era ostacolata dall’incompetenza sportiva della dirigenza.
Lottava lo stesso, e ci ha entusiasmato, a tratti.
Poi l’arrivo di Messina è stato un tripudio, il suo discorso di presentazione una meraviglia, non so quante volte l’ho ascoltato: un grande allenatore e la proprietà allineata con lui, sembrava fatta!
Grazie a Messina, arrivano un paio di aggiunte di grande prestigio, su un telaio ben costruito, e le F4.
Sembrava fatta!
Ora non era più una dirigenza che ostacola l’allenatore, ora c’erano mezzi, entusiasmo, ambizioni.
C’ha pensato Messina, per incompetenza di dirigente, a costruire squadre farcite di soldi e di nomi ancora importanti, ma sconclusionate nella quadratura: storte, monche, incomprensibili.
È finita in una vergogna non solo per i risultati troppo inferiori alle possibilità, ma soprattutto per una squadra senza più lo spirito di lotta, la capacità di unirsi.
Desolante. Frustrante.
Scivolati inesorabilmente verso la mediocrità in cui siamo ora.
Pianti di budget insufficiente, un allenatore senza carisma europeo, e con scarsa esperienza europea – in termini di tempo, di risultati, di scelte.
Un roster nuovo, che ha perso i suoi punti nelle mani, e si avvia alla mediocrità.
Salvo a contraddirmi, che spero e auguro, ma francamente non credo.
Così ricorderò, e credo che presto ricorderemo in tanti, l’artefice della mediocre Armani Milano: Ettore Messina.
L’incipit di Maggi è martellante (a questo punto mi chiedo se sia in buona fede): qual è la notizia per poterci scrivere l’ennesimo articolo di questa messineide?
Il riferimento al 2023 (anno del nuovo contratto) è il momento chiave, già allora, non c’erano più le condizioni (nei fatti) per proseguire un rapporto, i cui frutti, si era capito, come non fossero più, né dolci né abbondanti….
Il finale dell’articolo di Maggi corrisponde più a verità: c’è molto di “non detto”, peraltro il “non detto” è sempre stato caratterizzante del modus operandi di Ettore Messina
Il freddo addio non è parte della storia recentissima (quando ha mollato l’ultima poltrona), ma risale a quando ha dato le dimissioni da coach (dopo che tutto ciò che importava anche a lui, e cioè Euroleague, era andato a catafascio)