
Zach LeDay, nella sua lunga intervista concessa a Eurohoops, ha parlato anche di Olimpia Milano, del suo rapporto con Messina, e dei suoi obiettivi.
SULLA SUA ENERGIA
«In fin dei conti, forse sono io che porto il mio io autentico a Milano e lo porto ai tifosi per caricarli. Per portarlo alla cultura. Agli allenatori, ai giocatori. A tutti. Sento che è qualcosa che sposta l’ago della bilancia e che fa vincere le partite. Quell’energia. La concentrazione. La grinta. La dedizione. Determinazione. È questo che ti fa vincere le partite in EuroLeague, anche se non hai la tua serata migliore. Ma se hai quella grinta, quell’energia e quella lotta per poter arrivare e spingerti al livello successivo. Ovviamente con alcuni schemi che ti sostengono e con l’intelligenza nel tuo gioco».
SULL’ETTORE MESSINA DI OGGI E DEL 2020
«La prima volta che sono stato qui ero giovane. Avevo 26 anni. Ero con Kyle Hines, Chacho Rodriguez. Gigi Datome, tutti questi nomi leggendari. Grandi nomi. C’erano anche Vladimir Micov, Malcolm Delaney e Kevin Punter. Io ero solo un ragazzo giovane. Ero uno dei giocatori più giovani della squadra, io e Shavon Shields. Quando si è giovani, non si ha voce in capitolo in molte cose. Devi solo seguire il flusso.
Venivo ogni giorno e seguivo le routine di tutti. Guardavo Kyle Hines. Guardavo la grandezza. Come sono arrivati, come si sono presentati, come hanno preparato il corpo e la mente.
E ho anche visto come si allena la grandezza. Se Ettore Messina è in grado di responsabilizzare Kyle Hines, chi sono io? Se Messina responsabilizza Chacho, Gigi, Malcolm Delaney… chi sono io? Sono stato in grado di vederlo, di imparare e di capire.
Questa è stata anche la mia prima Final Four in cui mi sono trovato».
SU QUEL FINALE DI STAGIONE
«Esattamente. Questo è il basket. È la vita. Con il senno di poi, è sempre 20/20. È uno dei miei motti. Alla fine della giornata, è stato bello partecipare a questa situazione e farne parte. E noi come squadra non avevamo altro in mente che le Final Four. Questo era l’obiettivo fin dal primo giorno. Se non si pensava in quel modo, se non ci si allenava in quel modo, se non si preparava il corpo e la mente in quel modo, se non si andava alla partita, era così… ogni singolo giorno che arrivavamo e questa è una cosa che mi è rimasta impressa.
Tornando ovviamente dalla mia esperienza al Partizan. Perché anche al Partizan mi sentivo parte di una squadra da Final Four. Ovviamente con la rissa [in gara-2 dei playoff contro il Real Madrid], che è stata una sfortuna.
Essere parte di due squadre da Final Four. Essenzialmente ho portato la mia esperienza. Essere un leader. E al Partizan ero tra i leader. Quando hanno firmato me e Kevin Punter siamo arrivati come leader, in un certo senso capitano e co-capitano. Poi abbiamo portato Mathias [Lessort] e Dante [Exum] e ci siamo responsabilizzati a vicenda.
Essere un leader di un posto e di un club speciale come il Partizan ed essere allenato da Zeljko [Obradovic] ogni giorno, essere tenuto agli standard che lui tiene a te, venire a Milano è stato diverso perché sono tornato come uno dei leader di un’altra squadra.
È diverso che io sia tornato come capitano di un’altra squadra. Poter tornare a Milano ed essere più veterano e più esperto. Mettere a frutto le lezioni apprese da Zeljko.
Ho un ottimo rapporto con Ettore Messina. Crescendo a Dallas Est, potevo comunicare facilmente con tutti i miei allenatori. Parlavo e a volte scherzavo con loro. Anche con quelli più seri.
Ora posso entrare nel sistema di Ettore e fare quello che lui vuole fare per Milano. In sostanza, è una benedizione. Perché in realtà sono io che sto assumendo il mio ruolo di leader definitivo. E sto guidando ragazzi diversi da me. Che parlano un linguaggio cestistico diverso dal mio.
Non tutti vogliono fare le cose come me».
SUL MURO CHE HA SUPERATO
«Forse vogliono girarci intorno. Possono voler prendere la strada più lunga e girarci intorno. Io voglio attraversarlo. Ma non tutti la pensano come me. Onestamente, è stata una benedizione. Perché ho potuto ampliare la mia mente ed essere in grado di adattarmi e capire diversi concetti e come guidare diversi tipi di ragazzi. Sono stato in grado di integrarmi in un altro gruppo.
Voglio anche ringraziare il mio ragazzo [l’assistente allenatore di Milano] Milan Tomic. Il primo giorno in cui sono arrivato mi ha responsabilizzato ai massimi livelli. Immediatamente. Mi ha detto che hai la capacità di diventare grande. Ora ti farò rispettare uno standard. Se non sei all’altezza, ti affronterò, ti allenerò e ti dirò la verità. Questo è il tipo di rapporto che siamo riusciti a instaurare».
SULLE FINAL FOUR CON MILANO
«Credo nella squadra perché credo nei leader che abbiamo qui. Nikola, io, Shavon. Credo che saremo in grado di trovare una soluzione e di continuare a lavorare. Questo è l’obiettivo. Questo è l’obiettivo finale. È per questo che giochiamo.
Nella pallacanestro, il senno di poi è sempre 20/20. Non si sa mai cosa succederà. Questa stagione è la più imprevedibile che abbia mai visto nella mia carriera in EuroLeague.
Credo in quello che facciamo ogni giorno. Credo nell’energia che mettiamo ogni giorno. Come giocatori arriviamo e diamo il massimo. Credo in quello che stiamo facendo.
Manifestazione».
