Milano ed una semifinale voluta e meritata. Ma tutti in piedi per Capo d’Orlando.

Alla fine è giusto così. Olimpia in semifinale ed onore delle armi per un’Orlandina mai doma. Ha vinto il più forte e lo ha fatto rimediando ad un inizio di serie pessimo, il cui seguito  è stato gestito con maggiore attenzione e correttivi tattici importanti.

Giusto partire dagli sconfitti, che, per tutta la durata delle quattro partite, non hanno mai mollato, provandoci fino in fondo e non abbandonando mai il sistema di pallacanestro che hanno portato avanti tutto l’anno. E questo è il punto fondamentale su cui si basa il successo della stagione siciliana: coerenza ad un progetto, identità di intenti e chiarezza tecnica continua. Quando vi sono queste tre caratteristiche nulla è precluso ad una società, che quasi tutti davano in lotta per la salvezza ad inizio anno. Il valore di coach Di Carlo è sotto gli occhi di tutti, così come il lavoro di Peppe Sindoni nelle costruzione del roster, splendidamente eseguito secondo i dettami del coach. A Capo si sono presi i giocatori funzionali al sistema tecnico cui si è scelto di dare fiducia. Se non è una mosca bianca questa, nel panorama tristissimo delle squadre italiane, allora non ve ne sono. Ma le orecchie di molti presidenti e GM credo possano tranquillamente fischiare…

Orlandina che ieri sera ha tirato 70 volte, grazie al dominio a rimbalzo (46 a 32). Il 18,5% dall’arco è costato caro agli uomini di Di Carlo: percentuali basse dovute, senza dubbio, alla stanchezza causata non tanto da rotazioni più corte, quanto meno qualitative e messe abbondantemente sotto pressione dalla difesa milanese, salita molto di tono dopo i primi due episodi. Con queste cifre, Milano non si batte.

Olimpia che ha giocato 24 minuti di notevole qualità. Movimento di palla ed uomini, idee chiare, ritmo costante e chiara consapevolezza di dove andare a colpire l’avversario, proseguendo il cammino iniziato in gara 3.

Sia chiaro, prestazione non straordinaria, tuttavia solida, concetto a volte estraneo alle prove milanesi in stagione. Solidità che è venuta colpevolmente meno per una manciata di minuti, a cavalo della fine del terzo quarto, fino al 33′, quando una tripla sbagliata da Tepic avrebbe potuto riaprire clamorosamente la gara, sul 57-65. 8 punti di Macvan e 2 di Cinciarini, conditi da rimbalzi e leadership degli stessi due, hanno chiuso la serie.

Coach Repesa è perfettamente conscio del valore della prestazione dell sua squadra, che doveva raggiungere la semifinale, e lo ha fatto, seppur con qualche difficoltà, ma che deve crescere molto in vista della complicata sfida con Trento. Le quattro gare contro Capo sono forse una manna dal cielo, rispetto ad una potenziale serie dominata, così come i sette giorni prima di gara 1 del 25 maggio sono perfetti per lavorare sulle manchevolezze palesate contro i siciliani. A partire dall’altalenante condizione di alcuni singoli, soprattutto chi è rientrato di recente da lunghi infortuni. Contro l’Aquila sarà importante ritrovare Rakim Sanders, proprio in virtù di quell’atletismo che gli uomini di Buscaglia possiedono, privi totalmente di “big men”, sul perimetro. Sarà una sfida che vincerà chi imporrà il proprio gioco e la propria struttura tecnica, con probabilità di successo trentino sotto i 70 punti e le  percentuali dall’arco fondamentali.

In attesa di conoscere chi sarà la quarta semifinalista, tra Pistoia e Venezia, cresce di importanza il quesito riguardo il roster milanese e le sue rotazioni. In 13 non si gioca, le regole sono chiare tra italiani ed USA: chi resterà fuori? Il Miroslav Raduljica delle due gare in Sicilia è ancora il candidato numero uno all’esclusione? Un Kaleb Tarczewski da 5 minuti e due punti tra gara 3 e gara 4 può essere utile alla causa contro l’atipica struttura dell’Aquila?

Non sono domande da poco, si tratterà di scelte abbastanza delicate ricordando quelle che furono le idee del coach lo scorso anno: lasciare fuori un giocatore per più di una partita vuol dire toglierlo dalla serie.

 

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