Simone Fontecchio a LaGiornataTipo: Milano era un sogno, ma avevo una montagna enorme da scalare

Alessandro Maggi
Simone Fontecchio Olimpia Milano

Simone Fontecchio ha raccontato a LaGiornataTipo il suo passaggio a Olimpia Milano, arrivato nell’estate 2016 dopo la retrocessione con la Virtus Bologna. «L’ultimo anno che ho giocato in Virtus, che poi purtroppo siamo retrocessi, praticamente tutte le squadre di Serie A mi avevano fatto un’offerta», ha ricordato l’azzurro.

La scelta di Milano, però, non fu banale. «Non è stata una scelta semplice andare a Milano, perché Milano la vedevo chiaramente come sogno di andare a giocare lì, perché c’era l’Eurolega, tutto ciò che rappresentava Milano: campioni d’Italia, scudetti». E poi il ricordo familiare: «Mio nonno mi diceva: hai fatto sta scelta qua, però sappi che hai una montagna enorme da scalare».

Il primo anno ebbe anche momenti importanti. «Ho giocato gran parte del girone di ritorno di Eurolega praticamente sempre, ed è stato un bel momento per me perché comunque sentivo la fiducia da parte di Jasmin». Poi l’infortunio alla mano a fine stagione e il cambio di scenario con l’arrivo di Simone Pianigiani: «Non vedevo come potevo giocare quell’anno lì, quindi ho detto andiamo a Cremona, da Meo».

A Cremona, con Meo Sacchetti, Fontecchio ritrovò spazio e responsabilità. «Abbiamo fatto le semifinali di Coppa Italia, abbiamo fatto i playoff. Poi Meo per me è uno dei più importanti allenatori che ho avuto, per Cremona, ma anche per le responsabilità che mi ha dato in Nazionale. Gli devo veramente, veramente tanto».

Ma anche il ritorno a Milano ebbe un peso decisivo nel suo percorso. «Mi ha fatto altrettanto bene stare a Milano l’ultimo anno, dove secondo me ho fatto il passo più importante a livello mentale della mia carriera fino a quel punto, perché mi sono allenato come un dannato tutti i giorni anche se non giocavo».

Fontecchio ha raccontato anche la competizione quotidiana con Andrea Cinciarini: «Mi ricordo la gara con Cincia perché arrivava prima dell’allenamento. Ogni volta uno arrivava un quarto d’ora prima dell’altro». Un periodo difficile sul piano del minutaggio, ma fondamentale per costruire disciplina, abitudine al lavoro e resistenza mentale.

La svolta definitiva arrivò poi con la scelta di andare all’estero. «È nata sicuramente dal grande lavoro che ha fatto Matteo Comellini, mio agente. Dopo l’anno di Reggio Emilia avevo anche altre offerte per restare in Italia, però andare all’estero e trovare una buona opportunità all’estero era la cosa migliore per me in quel momento».

Fontecchio ha spiegato di aver rifiutato anche proposte più ricche pur di seguire il percorso giusto: «Con offerte magari il doppio che mi davano in Italia, eravamo convinti comunque di rifiutarle e andare all’estero». L’ALBA Berlino fu la chiamata perfetta: «Come dicono gli americani, no-brainer, perché comunque è una squadra d’Eurolega, tre anni di contratto, un allenatore come Aito. Cioè, non posso non andare».

Da lì cambiò tutto. «Da un punto in bianco mi sono ritrovato a giocare 20 minuti di media in Eurolega in quintetto e mi ha fatto capire quanto sicuramente ancora avevo da lavorare». Il passaggio da Milano, con le sue luci e le sue difficoltà, resta quindi una tappa centrale: il sogno, la montagna da scalare, la frustrazione e il salto mentale che ha preparato la carriera internazionale di Fontecchio.

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