A sessant’anni dalla conquista della prima Coppa dei Campioni, Bill Bradley si è raccontato a Mario Platero sul Corriere della Sera.
Sulla chiamata di Olimpia Milano
«A Princeton vinco una borsa Rhodes Scholar per Oxford. È il 1965. Il mio lato “serio” prevale sulle molte offerte per passare al basket professionale. Mio padre non concepiva lo sport come professione. Ma io non potevo farne a meno: “tum tum”, “tum tum tum”, il suono della palla che rimbalza, il fruscio quando scende nel canestro, sono irripetibili. A Oxford gioco in tornei amatoriali. Andiamo a Budapest e ci sono questi due italiani che mi vogliono parlare, Ricky Pagani, talent scout per Olimpia e Cesare Rubini, l’allenatore dell’Olimpia Simmenthal»
Sul suo arrivo
«Da quell’anno le squadre italiane possono avere uno straniero per il campionato italiano e uno per quello internazionale. Mi offrono di giocare in Coppa dei Campioni ogni due settimane. Posso conciliare studi e basket. Accetto. Ogni due settimane andavo a Milano o nella città estera dove si giocava. Bastava un giorno, al massimo due, di allenamento prima della partita, poi sul campo»
Su quegli anni
«Sono a Princeton al penultimo anno, so che andrò alle Olimpiadi e che quasi certamente avremo i russi contro di noi in finale. Vado da un professore di russo e gli chiedo di insegnarmi qualche parola, tipo: “Ehi ragazzaccio, attento a te”. Arriviamo in finale. Io sono alto 2.04, peso 108 chili, un russo mi da una violenta gomitata appena sopra il torace che mi lascia senza fiato. E con tutto quel che mi resta in gola gli urlo in russo: “Ehi ragazzaccio, attento a te!!”. È sbalordito. I suoi compagni pure. Coordinavano il gioco in russo. Ora pensano che io capisca tutto e smettono di comunicare. Abbiamo vinto 73 a 59! Lo stesso a Bologna. Molti dei giocatori, maglietta con la solita falce e martello, si ricordavano del mio russo. Abbiamo vinto 68 a 57»
Sulla finale
«Sì, contro lo Slavia di Praga. Un confronto sul filo del rasoio. Gli ultimi 15 minuti cominciano sul 65 a 64. Poi con Vianello e Thoren ci diamo dentro e andiamo in vantaggio, ma di pochi punti. Tutto può cambiare. Rubini, leggendario, indimenticabile, si morde le nocche. Gli ottomila del pubblico muti. Fischio di chiusura: 77 a 72. Lo stadio esplode. Tremila, impazziti, erano venuti da Milano. Invasione di campo, abbracci, lacrime e gioia. Mi hanno poi raccontato che quel primo di aprile del ’66, oltre al calcio, l’Italia scopre il basket. Poi, nel ’67, comincio coi Knicks. Mio padre è un po’ deluso. Io non sono pronto. Ma c’è un’occasione per giocare in prima squadra e non la butto via. Nel 1970 e nel 1973 vinciamo il titolo Nba. Un trionfo indimenticabile»
