Dan Peterson, buon compleanno al Nano Ghiacciato

Nel giorno dei suoi 85 anni dedichiamo questo mio articolo per il Giorno al grande Dan Peterson. Buona lettura

Nel giorno dei suoi 85 anni dedichiamo questo mio articolo per il Giorno al grande Dan Peterson. Buona lettura.

Dan Peterson con Valerio Bianchini

«Signori, se avete intenzione di provare la rimonta dovete pensare che ci vuole calma: un punto per volta, un punto al minuto. Se volete tentare di ribaltare il -31 dell’andata, bisogna andare per piccoli passi». 

E’ il 6 novembre 1986. Dan Peterson, negli spogliatoi del PalaTrussardi, prepara la sua squadra. Non è la normalità. Di solito il discorso pre-gara tocca all’assistente Franco Casalini. Ma niente è stato normale in quella settimana iniziata il 30 ottobre. 

Dan Peterson numero uno dei colpi mediatici

Nell’andata del secondo turno di Coppa dei Campioni l’Aris si è imposto 98-67 sulla Tracer al Melathron di Salonicco, mettendo l’Olimpia Milano spalle al muro. «Pensai che saremmo stati eliminati e che mi avrebbero licenziato. Non dormivo e all’allenamento mi appoggiavo al sostegno del canestro senza dire una parola». 

Il «nano ghiacciato», come tutti chiamavano Dan Peterson, pareva annichilito dal killer Nikos Galis e dal «drago» Panagiotis Giannakis. Bob McAdoo trovò invece nella sua «calma» la forza per credere nel rifiuto di quella dannazione sportiva, mentre lo stesso Dan ordinava lo spostamento dei tifosi della curva dietro uno dei due canestri. 

Serviva una grande impresa, una rimonta senza precedenti. Serviva fare e scrivere la storia. Ed è quel che accadde il 6 novembre 1986.

Daniel Lowell Peterson porta l’Olimpia Milano in ogni aspetto della sua esistenza. Dell’Olimpia ha lo stesso anno di nascita, il 1936, e a Milano trascorre la sua esistenza, lui che arrivò da Evanston, contea di Cook, stato dell’Illinois, a nord di Chicago. Il caldo di Chattanooga, Tennessee, era 584 miglia più a Sud, ma sempre meno distante di un’Italia che iniziava ad accogliere le immagini televisive dei grandi campioni Nba. 

«Dan Peterson, giunto dal Cile nel bel mezzo di molteplici trasformazioni, fu per noi una specie di uomo della Provvidenza» lo definiscono Mario Arceri e Valerio Bianchini nell’antologia «La Leggenda del Basket». 

L’estate è quella del 1973, e la destinazione di partenza non è certo il capoluogo lombardo. Dan Peterson allenava la nazionale del Cile, piccolo ma appariscente, capelli lunghi e camicia colorata. 

La squadra toccò il suo massimo di sempre con il quarto posto ai Giochi Sudamericani, ma poco prima del colpo di stato dell’11 settembre ecco lo sbarco nello stivale, quasi a sostenere quella diceria che lo voleva agente in incognito della Cia. In quattro stagioni, agli ordini dell’indimenticabile avvocato Porelli, conquista uno scudetto e una Coppa Italia. 

Quindi, la chiamata di Milano. Le camice colorate lasciano spazio a giacca e cravatta, l’amore è totale, la personalità complessa. Creativo e istrionico nelle pubblicità e nel commento televisivo, quasi sacerdotale in panchina, da lì il concetto del «Nano ghiacciato». 

E uomo di regole ferree. Si racconta che un giorno il grande Vittorio Gallinari, simbolo dell’animo operaio delle scarpette rosse, non si presentò sul pullman in partenza. Giustificazione, una febbre a 39, che il GM Toni Cappellari si guardò bene dal mettere in discussione. Non Peterson, che chiede l’immediata multa. Non ci si poteva ammalare con uno staff medico di primo livello… 

Secondo Arceri e Bianchini «insegnò agli allenatori a gestire i giocatori professionisti e ai giocatori a prepararsi a vincere gli scudetti con il sistema dei playoff che ti consentivano di conquistare lo scudetto anche partendo dal quinto posto in stagione regolare. 

Tutta Europa si ispirava al pick and roll (oggi sistema di partenza ad ogni latitudine del gioco, ndr) tra Mike D’Antoni e John Gianelli dove Gianelli, dopo il blocco, invece di ruotare verso canestro, approfittando del fatto che il suo difensore cercava di ostacolare D’Antoni, si apriva verso l’esterno per un gran tiro da fuori e non furono pochi a seguire le orme della Banda Bassotti di Milano nel tentare di capovolgere i risultati di molte partite con l’uso estremo della zona 1-3-1 trap ormai universalmente nota come zona-laser».

Ecco, per rendere quel che è stato Dan Peterson per il basket italiano, bisogna anche risalire a quel 1979. «La Banda Bassotti fu una squadra magica» ricorda Dan, anche se a vincere lo scudetto fu proprio la sua ex società, la Sinudyne Bologna. 

In campo c’erano Anchisi, Battisti, i Boselli, Ferracini, Sylvester e Kupec, un centro di 203 centimetri famoso per le “bombe K”, scoccate da 7 metri. Un antesignano del «lungo perimetrale» tanto di moda oggi, ma che doveva soggiornare nel pitturato allora, con la squadra nelle mani di Mike D’Antoni, che intanto con una palla rubata contro la Virtus Roma di Valerio Bianchini era diventato per tutti «Arsenio Lupin». 

Era una squadra che lottava su ogni pallone, che non si arrendeva all’evidenza, e che impersonò per questo l’archetipo del sogno cestitico del pubblico milanese, che all’estetica della vita quotidiana contrapponeva il «sangue e arena» del parquet, al PalaLido come al PalaTrussardi. 

Ma torniamo a quel 6 novembre 1986. All’Aris. Dopo la finale scudetto del 1979 con la Virtus Bologna l’Olimpia ha conquistato lo scudetto della seconda stella nel 1982, ripetendosi nel 1985 e nel 1986. 

Eppure, il ko anche contestato di Grenoble con Cantù nella finale di Coppa dei Campioni lo ha reso «Santone dei secondi posti», e quel «le finali, prima di vincerle, bisogna giocarle» urlato in sala stampa a difesa dialettica non piace a parte della stampa. Sì, tutto può finire in quella partita. Ma tutto non finirà. 

Pupuccio Premier infila il primo canestro, una schiacciata su rimbalzo offensivo di Ken Barlow vale il 44-30 di fine primo tempo, Peterson invoca le triple di Franco Boselli, che sul +15 ne piazza due aprendo alla speranza, sino al sorpasso di Dino Meneghin. Il finale è 83-49, la più grande impresa della storia europea dell’Olimpia Milano è scritta, e per Dan Peterson è trionfo. Sino al 2 aprile 1987, sino a Losanna, sino alla finale con il Maccabi Tel Aviv. 

Una gara di trincea, una gara che terminerà nel rimbalzo difensivo di Bob McAdoo. «Il nostro abbraccio, lungo, intenso, davanti alla panchina di Losanna, quando Jamchey sbagliò il tiro da tre della vittoria alla sirena, significò tante cose» il ricordo di Franco Casalini. 

E’ il proscenio più prezioso del triplete biancorosso, culminato nella finale scudetto con Caserta, impresa riuscita solo alla grande Varese del 1970 e del 1973. «Ora voglio andare a casa, telefonare ai famigliari negli Usa, mangiare qualcosa e farmi una bella dormita. Niente basket per una settimana ok?». 

Pochi giorni dopo, il presidente Gian Mario Gabetti chiama l’assistente Franco Casalini: «Questa volta la panchina è tua, per davvero». Valerio Bianchini, anni dopo, commenterà così la decisione del collega: «Era furbo, e voleva mantenere intatto il suo mito: i vari McAdoo, D’Antoni e Meneghin avevano concluso il loro ciclo, e lui pensò bene di salutare tutti quando ancora era il più grande di tutti». Di certo, il “Nano ghiacciato” chiamò subito il suo successore: «Allora, Franco, come ti senti da capo allenatore? Comunque ti senta, sappi che ora sono cazzi tuoi».

Dan Peterson lascerà il basket così. Con una Coppa dei Campioni, bissata da Casalini nella stagione successiva, una Coppa Korac, cinque scudetti di cui quattro all’ombra della Madonnina, e tre Coppa Italia. Ci sarà la parentesi del 2011, 23 anni dopo, in sostituzione di Piero Bucchi, e la consulenza alla Reyer Venezia a cavallo del 2010. Stress, forse, come Arrigo Sacchi, che con lui scrisse la storia dello sport meneghino negli anni ’80. Giochi del destino, per chi come detto è andato oltre. 

Arrivò a Milano nell’estate del 1978 con la sua Fiat Cinquecento Bianca, che nessuno vide più in moto sino alle ferie successive. E poi c’era quella Lettera 33 dell’Olivetti, con cui scriveva dalle dieci alle quindici lettere al giorno per gli Stati Uniti, collaborando poi con il Superbasket di Aldo Giordani e concependo «Il basket essenziale», la sua opera omnia, in cui si potevano ritrovare caratteristiche di ogni ruolo del gioco. 

Era solito appendere in spogliatoio grandi cartelli con i ritagli di giornale relativi ai successi degli avversari, non amava frizzi e lazzi e portò una professionalità sconosciuta imponendola ai suoi assistenti. Figlio di un un poliziotto e di una maestra con la passione per la moda, inizia suonando la chitarra in un Club di Chicago per 25 dollari a serata, e dopo un libero sbagliato fu incoraggiato a passare in panchina. 

Ha due lauree, in Lettere e arte e in Psicologia e amministrazione, a 15 anni la prima panchina nella sua Evanston, quindi le chiamate da assistente a McKendree College e a Michigan State sotto Forrest Forddy Anderson, i mitici Spartans che avrebbero poi vinto il titolo nel 1979 con il grande Magic Johnson. Passato per il Collegio Militare dell’Accademia Navale di Annapolis, nel 1966 il salto di qualità con la piccola Delaware University. 

Lo schema “L” e la difesa 1-3-1 sono il suo marchio di fabbrica. Il resto è storia nota, come quel corteggiamento per passare al calcio, al Milan, nel giugno del 1986: «Affidammo a Bruno Bogarelli l’incarico di strappare la firma al coach – il ricordo di Adriano Galliani, artefice di quei grandi anni rossoneri – io e il presidente Berlusconi eravamo affascinati dalla grande Olimpia, Dan era un grande motivatore. Ha sbagliato a rifiutare, poteva diventare il primo uomo a vincere scudetti e coppe sia nel calcio che nel basket». 

Anni dopo, Dan ammetterà di aver sbagliato, di aver scelto con il cuore più che con la testa, di aver affrettato i tempi. Ma d’altronde, senza quella Coppa dei Campioni vinta a Losanna, nulla sarebbe stato lo stesso. Neanche le sue scelte successive. E senza quella Coppa, non avrebbe mai potuto abbandonare l’Olimpia. Questa è la sua storia, quella dell’uomo che ha importato il wrestling e il basket Nba nelle nostre case, inventando la figura del «motivatore» o «mental coach», oggi parole spesso abusate. «Mamma getta la pasta», Dan Peterson è sempre al comando. 

9 thoughts on “Dan Peterson, buon compleanno al Nano Ghiacciato

  1. Un sentimento di gratitudine e riconoscenza pervade l’animo dei tifosi Olimpia nei confronti del vecchio Dan che per quelli della nostra generazione ha fatto conoscere il grande Basket a Milano, rimarrà sempre nel nostro cuore, anche o per meglio dire nonostante l’ultimo passo falso delle dichiarazioni pro-Trump, ma gliele perdoniamo

  2. Auguri piccolo grande Dan e grazie per tutte le emozioni che ci hai regalato, per i pezzetti d’America che ci hai portato e per i sogni che ci hai permesso di realizzare. Grazie, grazie di cuore

  3. Bell articolo e grande coach. Grande carriera macchiata da un ritorno senza senso quando ormai il tempo era evidentemente scaduto

  4. Grande coach, da ragazzo ero stregato dall’Olimpia di D’antoni e Meneghin e spesso sono stato al Palatrussardi ad ammirarli.
    Ricordo con piacere le sue telecronache NBA con Bagatta, ricche di ogni possibile ed introvabile informazione.
    AUGURi Coach!!!!!!!!!!!!!!!!!

  5. Auguri di buon compleanno al mitico Dan che, anche se non ho potuto ammirare le sue gesti perché ero piccolo, le ho potute rivedere su internet. Grazie di tutto rimarrai sempre nel mio cuore.

  6. FE NO ME NA LE Dan, ti ringrazio per tutte le vittorie, per lo sputare sangue, per il non arrendersi mai, per le notti di Losanna e di Gand ma anche per quella di lacrime a Grenoble. Ma soprattutto grazie per il 6 novembre 1986, la notte più incredibile che il basket abbia vissuto, i 34 punti rifilati a Salonicco dopo i 31 presi a casa loro, un emozione incredibile, ho abbracciato e baciato più sconosciuti quella sera che in tutta la mia vita e la mia fidanzatina mi ha mollato dopo il mio folle inseguimento a Yannakis panchinato per 5 falli. Grazie di cuore ed auguri.

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