La Gazzetta dello Sport ricorda lo scudetto di Ruben Douglas: storia di un dolore

Nella giornata di ieri La Gazzetta dello Sport ha ricordato lo scudetto all’Instant Replay del 2005, quello di Ruben Douglas

Nella giornata di ieri La Gazzetta dello Sport ha ricordato lo scudetto all’Instant Replay del 2005, quando la Fortitudo Bologna festeggiò al Forum lo scudetto contro la prima Olimpia Milano griffata Armani. Ecco alcuni passaggi del lavoro di Andrea Tosi.

Solo una volta in 44 edizioni dei playoff italiani, un tiro allo scadere ha deciso lo scudetto. È successo nella stagione 2004- 2005 nella gara-4 di finale che assegnò il titolo alla Fortitudo Bologna a spese dell’Olimpia Milano.

La Fortitudo conduceva 2-1 e aveva il primo match ball per conquistare il suo secondo scudetto della storia. La squadra di coach Jasmin Repesa e del patron Seragnoli, forte di alcuni azzurri come Basile, Mancinelli e Belinelli, quest’ultimo già sulla rampa che lo avrebbe lanciato in Nba, e di stranieri del calibro di Smodis, Lorbek e Ruben Douglas (occhio a questo nome) era favorita sull’Olimpia che portava per il primo anno il marchio Armani.

Quella Milano allenata da coach Lardo, con Djordjevic al canto del cigno di una carriera prodigiosa, l’oriundo Calabria e poi Coldebella, Blair e Singleton, aveva conquistato a sorpresa la finale eliminando Treviso, numero 1 del tabellone.

La finale fino a gara-3 era stata molto regolare, con tutte vittorie casalinghe anche se c’era la sensazione che la Fortitudo, più profonda nell’organico e più strutturata fisicamente in tutti i ruoli, avrebbe prima o poi fatto il break

Negli ultimi minuti Milano sembrava averla in pugno, molto vicina a garantirsi la bella che si sarebbe giocata al PalaDozza di Bologna. Un epilogo non affatto scontato anche se la Fortitudo in casa era all’epoca quasi imbattibile. La palla pesava come un macigno e scottava come il fuoco, toccava ai leader in campo gestirla cercando di non bruciarsi. Milano entrò negli ultimi 27″ col possesso offensivo avanti di un punto (65-64). Bologna doveva difendere per non lasciare che l’Olimpia infilasse il canestro della staffa e procurarsi un ultimo tiro per ribaltare il punteggio e vincere Io scudetto. Così Milano scelse di bruciare tutto il tempo a disposizione, cioè 24″ come da regolamento tuttora vigente, per non lasciare chance alla Fortitudo. Calabria da tre scagliò il tiro che avrebbe chiuso il match ma trovò solo il ferro, il rimbalzo finì nelle mani di Basile, non certo uno specialista nella lotta sotto i tabelloni, che velocemente, dopo due palleggi, passò a Douglas. Il resto fa parte della storia e memoria dei playoff.

Douglas, un esterno panamense dal carattere bislacco, il rendimento discontinuo, più amante dei rettili (lo chiamavano “il serpentaro” perché teneva in casa un pitone sotto teca) che della difesa, aveva due mani educate e polpastrelli sensibili. In corsa scagliò la tripla della sua vita infilando di giustezza il canestro mentre la sirena ululava la fine della partita.

Al monitor Tutti in campo a sbracciarsi, quelli di Milano incrociavano le braccia orizzontalmente sostenendo che il canestro fosse fuori tempo massimo mutuando la segnalazione del primo arbitro Lamonica, mentre Bologna muovendo le dita indice e medio delle mani ne chiedevano la convalida. A occhio nudo avrebbe vinto l’Olimpia ma c’era l’instant replay, allora perché non consultarlo?

Il resto è storia. Fu il canto del cigno dell’era Seragnoli e di quella Fortitudo Bologna, Sasha Djordjevic chiuse la sua carriera e Ruben Douglas visse di ricordi. Ma che ricordi.

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