Come scoprimmo Tarcisio | Una storia su Kaleb Tarczewski

La vera storia dell’arrivo di Kaleb Tarczewski in Olimpia Milano. Lo scout di Breveglieri, i nomi sul tavolo, lo showcase di Toronto e i Global Games

«In Italia mi chiamano Tarcisio, probabilmente è il modo di più semplice per la gente di qua. Negli Stati Uniti diciamo Tarceski, in Polonia Tarsuski, ma non mi importa. Chiamatemi come volete». Kaleb Tarczewski al suo cognome, non ha mai dato importanza. Semplicemente perché nessuno, quel cognome, ha mai saputo pronunciarlo.

Kaleb è stato Zeus, ai tempi dell’Università. Il «Sovrano» per olimpiamilano.com, Tarzan per alcuni tifosi. Per noi, come per chi lo ha scovato, scoperto e costruito, è semplicemente Tarcisio. «Come scoprimmo Tarcisio». Questa è la sua storia. Anzi, è la storia del suo arrivo a Milano.

Come scoprimmo Tarcisio 

Prologo – Le origini

Sette città negli Stati Uniti portano il nome di Claremont. La più conosciuta è nella contea di Los Angeles, 60 chilometri a est di Hollywood, ai piedi delle montagne San Gabriel.

Oddio, più conosciuta… Ha poco meno di 35.000 abitanti, comunque il triplo dell’altra Claremont, contea di New Hampshire, 112 chilometri a nord di Boston.

Qui, sulle rive del fiume Connecticut, il 26 febbraio 1993 nasce Kaleb Tarczewski. Del padre Erick porta il nome, della madre Bonnie, una donna sempre indaffarata cresciuta ad una manciata di chilometri dalle cascate del Niagara, la passione per i lavori manuali.

La leggenda narra che Bonnie, arrivata giovanissima nel New Hampshire, si costruì da sola una “cabin log”, una casa composta da tronchi d’albero, che arrivò a due piani di altezza.

Kaleb Tarczewski cresce all’aria aperta, ma il basket è vocazione. Nei due anni di liceo nella locale Steven High si fa notare arrivando alle Final Four del torneo interstatale, e guadagnandosi la chiamata di St. Mark’s, nel Massachusetts.

Alla corte di coach Dave Lubick si conquista le attenzioni dei maggiori esperti di scouting del paese. Drew Laksey, di bleacherreport.com, lo annovera tra i primi otto della classe 2012, e in un articolo del 29 settembre 2011 profetizza la scelta Kansas per l’università.

Non sarà così. Espn lo considera quarto prospetto del paese, terzo tra i centri, con uno scout grade di 97. Conta il fisico, al Liceo Kaleb è già 213 centimetri per 100 chili. Un colosso.

Secondo CBS, un anno dopo il primo anno di college, Kaleb è un nuovo Marcin Gortat, agile, rimbalzista, eppure non un saltatore di primo piano.

Lui, però, ha scelto Arizona (uno degli assistenti è l’ex Olimpia Milano Joseph Blair), e pur non vivendo mai, in quattro anni, l’atmosfera delle Final Four alle March Madness, scrive la storia dell’istituto: 110 vittorie complessive (primato di sempre dell’Università eguagliato), 9 punti e 9 rimbalzi di media nell’ultima stagione, all-defensive team della Pac-12.

I dubbi, per il grande salto in Nba a cui pareva destinato, ci sono. L’intimidazione in primo luogo, Kaleb Tarczewski non è uno stoppatore, forse anche per questo il draft nel 2016 non sortisce effetti. 

Il 23 settembre OKC firma lui, l’attuale stella dei Lakers Alex Caruso e l’ex Trieste Chris Wright.

Il 3 ottobre è in Spagna e… la nostra storia entra nel vivo.

Come scoprimmo Tarcisio 

Primo atto – Il contatto

Il 3 ottobre, a Madrid, sono in programma gli Nba Global Games. OKC gioca e perde contro il Real Madrid all’overtime, per poi superare, due giorni dopo, il Barcellona.

Nella squadra del GM Sam Presti c’è anche Kaleb Tarczewski, che si ricava qualche minuto nella sconfitta contro gli uomini di Pablo Laso per 142-137. Sugli spalti ci sono Flavio Portaluppi, GM di Olimpia Milano, e Roberto Breveglieri, scout e responsabile del settore giovanile biancorosso.

In realtà, i due emissari del presidente Livio Proli sono in Spagna per osservare un altro giocatore di OKC, Mitch McGary. Il prodotto di Michigan, scelto al primo round nel 2014, ha talento, ma con la testa no, proprio non ci siamo.

Solo tre mesi prima il nativo dell’Indiana è stato sospeso per cinque gare per aver fallito un test anti-droga. Una colpa che in Nba si paga duramente, ma McGary non china il capo neanche davanti alla policy della Lega sempre in materia di stupefacenti, ricavandone altri 10 turni di stop.

No, per l’Olimpia Milano non è questo il nome giusto, non a caso nel 2017 Mitch McGary lascia il basket per il… bowling. Ma quel viaggio, come detto, per Breveglieri non sarà a vuoto. Nella testa dello scout c’è già Kaleb Tarczewski. E non da poco tempo.

Come scoprimmo Tarcisio 

Secondo atto – Roberto Breveglieri

Roberto Breveglieri, modenese, vinse al Forum lo scudetto da assistente con la Fortitudo Bologna, e all’Olimpia Milano ci arrivò nel secondo anno di Jasmin Repesa.

La mole di lavoro è importante, ma io andavo oltre il semplice scouting degli avversari. Mi piaceva guardarmi intorno e conoscere, e da lì la volontà è stata di specializzarmi nel ruolo

Credo che il primo compito di uno scout, o quanto meno il mio, sia suggerire i giocatori da NON prendere. Poi quelli da prendere. Porto soluzioni, ma ogni scelta deve essere condivisa con staff e società. Credo che sia anche il bello di questa professione

Kaleb? Lo seguivo dai tempi di Arizona, poi lo avevo apprezzato allo Showcase di Toronto. Aveva dei numeri probabilmente non attraenti per l’Nba, questo anche per il motivo di aver sempre giocato in squadre con esterni molto forti. Ma ricordiamo che lavorava in un college di fascia altissima, in una delle sei conference di riferimento nel mondo Ncaa

Convertiva gli scarichi, rollava, veniva utilizzato sopra il ferro. Questo era il suo ruolo offensivo, ma andava contestualizzato. Vedevo la giusta prospettiva fisica per l’Europa, e poi avevo notato anche il cognome. Nelle formule di allora (non c’era ancora il 6+6, ma il 5-4-3, ndr), si poteva ipotizzare un passaporto da comunitario

Ci serviva un giocatore che non richiedesse in quel momento minuti da titolare. Solo un elemento diverso, di buon atletismo e stazza, in grado di darci freschezza nell’immediato

E poi di un giocatore contano molto anche le referenze. Queste mi raccontavano di un ragazzo d’oro. E sono state immediatamente confermate

Mitch McGary? Sì, lo seguivo dai tempi di Michigan. Poi, appunto, chiesi anche le referenze, senza guardare solo al campo…

Feci il nome di Kaleb, insieme ad altri. Dopo un confronto con staff, GM e presidente, arrivò la decisione. Poteva essere il giocatore giusto per noi, e la storia ha certamente confermato le sensazioni

Come scoprimmo Tarcisio 

Terzo atto – La trattativa

Nel febbraio del 2017, complici anche le problematiche caratteriali di Miroslav Raduljica, l’Olimpia Milano stringe i tempi per un centro.

L’8 dello stesso mese Flavio Portaluppi vola in Lituania per assistere alla sfida di EuroCup tra Lietuvos Rytas e Zenit San Pietroburgo. La gara è attesa anche in Italia, perché in caso di uscita dei lituani dalla competizione Avellino potrà mettere le mani sull’ex tricolore sassarese David Logan.

Per il GM di Olimpia Milano tuttavia, oltre alla risaputa infatuazione per Janis Timma (già d’accordo con il Baskonia), il nome caldo è Arturas Gudaitis. Il centro produce 11 punti e 9 rimbalzi, ma con 0/6 da 2.

Il giocatore piace, l’uomo ancor di più, ma la mattina dopo, nel colloquio tra Portaluppi e Gudaitis (presente anche Breveglieri), vengono gettate “solo” le basi per il tesseramento estivo. Arturas rientra dall’infortunio alla mano di fine dicembre, e il Lietuvos è disposto a liberarlo solo dietro cospicuo buyout.

No, non va bene, non in quel momento. Si fa caldo un altro fronte, quello per Tyler Hansbrough. Il lungo ex Pacers, Raptors e Hornets viaggia a 19 punti e 13 rimbalzi in G League. Ha talento, ma Livio Proli mette il suo veto: 33 anni, troppo vecchio.

E allora, la carta giusta la gioca Roberto Breveglieri. Lo scout punta sul nome di Kaleb Tarczewski. E da lì inizierà una lunga storia d’amore, di cui non si intravede, per ora, la parola fine.

Come scoprimmo Tarcisio 

Nota di Tarcisio

(Corriere della Sera 20 marzo 2020)

Quando il virus è esploso a Milano, ho pensato subito alla mia famiglia negli Stati Uniti. Tutti ci sentiamo più a nostro agio a casa, sarebbe bello essere con loro in questi giorni, con i miei familiari, è un fatto psicologico.

Ma ho sempre saputo di far parte di una famiglia anche qui a Milano e non la lascerei mai perché ha bisogno di me. Solo se la stagione venisse cancellata definitivamente proverei ad andarmene. Fino a quel giorno, sarò qui.

Spero che Trey Thompkins, e tutti per la verità, abbia un recupero veloce. In un certo senso mi sento vicino a lui, perché è un giocatore e c’è sempre un senso di appartenenza che ci unisce: quando uno di noi è colpito, tutti ci sentiamo colpiti.

Quando mi hanno trasmesso la notizia, sono rimasto un po’ disorientato. Sono un atleta di professione e di natura. Corro, salto, brucio migliaia di calorie ogni giorno in allenamento. Mi piace stare all’aria aperta e il pensiero di stare chiuso in casa per settimane mi ha devastato.

Ma la quarantena non era per proteggere me stesso, era per proteggere gli altri. Questo senso del dovere ha reso la quarantena più facile da gestire. È rassicurante sapere che osservandola si aiutano le persone.

Quello che mi viene in mente quando penso alla pandemia del Covid-19 è quanto debba essere riconoscente per la mia salute, ogni giorno. 

Abbiamo la fortuna di vivere in un’epoca in cui la medicina, la cura della salute, ci permettono di non preoccuparci troppo delle malattie. Ma questo virus ci ha fatto realizzare quanto siamo fragili, quanto sia fragile la vita e che non dovremmo mai dare per scontato quello che abbiamo.

In sintesi, dovremmo cercare di vivere la nostra vita, felici di noi stessi e delle persone che ci stanno attorno.

Questa storia mi ha anche ricordato quanto è piccolo il mondo. Ognuna delle nostre azioni può avere un impatto non solo sui nostri amici più cari, sui nostri familiari, ma anche in mondi e continenti lontani.

Abbiamo il dovere di non pensare ai nostri interessi in un momento come questo, ma pensare al bene più grande dell’umanità. Sono stato in quarantena da solo a casa e onestamente non è che puoi fare molto. Un allenamento al giorno per restare in una condizione di forma decente, ho letto qualche libro sul balcone per respirare un po’ di aria fresca.

In questo momento la nostra stagione sembra un libro senza fine. Tutti nella nostra società si sono impegnati per alcuni obiettivi e sarebbe bello scrivere la parola fine a questo libro.

Ma questa situazione va molto al di là del basket. È importante seguire le linee guida che ci vengono date, rispettarle, anche se dovesse significare avere una stagione senza un epilogo.

Stare lontano dal basket in questi giorni mi ha fatto capire quanto ami il gioco e quanto mi manchi. Sinceramente non vedo l’ora di tornare e proseguire questo viaggio. Significherebbe che questo incubo è finalmente finito.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Next Post

Marco Belinelli: Priorità è l'NBA, ma non escludo altre opzioni

L'azzurro ha parlato del suo futuro ad Avvenire, lasciando le porte aperte ad un possibile ritorno in Europa
Marco Belinelli

Subscribe US Now

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: